venerdì 12 dicembre 2014

VERSO SANREMO 2015: CONTI PORTA A VENTI I BIG IN GARA, E' UN RITORNO ALL'ANTICO

                                Carlo Conti: il suo Festival torna nell'alveo della tradizione

La prima mossa di Carlo Conti sullo scacchiere di Sanremo è vincente. Dopo anni di cast striminziti, i Big in concorso salgono da sedici a venti. Una quota partecipanti così elevata non si vedeva dai tempi della "gestione Pippo Baudo", e non è affatto casuale, come vedremo, il richiamo a quel capitolo tutto sommato glorioso della storia del Festival. "Note d'azzurro", ossia il sottoscritto, non può che essere soddisfatto della novità, già nell'aria da alcuni giorni ma che non era attesa in tali proporzioni (si parlava infatti di un innalzamento a diciotto concorrenti nella categoria regina): la mia posizione in merito traspare, grosso modo, dal novanta per cento dei post che ho dedicato alla tenzone rivierasca dal 2011 ad oggi. Anni, si diceva, caratterizzati da cast ridotti al lumicino: appena quattordici posti a disposizione per i cosiddetti "campioni", nelle ultime quattro edizioni. 
POCHI CANTANTI, TROPPI EXTRA - Una gara in scala ridotta, con effetti negativi evidenti soprattutto quando il meccanismo delle eliminazioni conduceva alla finalissima un drappello davvero sparuto di artisti: una decina, col risultato che il resto del gala conclusivo veniva in qualche maniera riempito con ospitate improponibili, spesso avulse dal contesto prettamente canoro dell'evento, o con comparsate promozionali di personaggi Rai. Era un piccolo grande tradimento dell'essenza stessa della rassegna sanremese, la cui funzione è, da sempre, quella di vetrina delle migliori novità proposte dal panorama musicale leggero nostrano, quando l'inverno volge al termine e la primavera incombe: e il tradimento avveniva proprio in un periodo di acuta crisi del mercato discografico italiano, che per superare il momento difficile avrebbe avuto bisogno anche (non solo) di kermesse col format del Festivalone di un tempo, quello in cui si concedeva spazio a un numero assai ampio di cantanti. 
BAUDO E RAVERA - I tempi di Baudo, come sottolineato in apertura. Ma anche gli anni Ottanta di Gianni Ravera, anni di un Sanremo vincente e rigoroso, che non "deragliava mai", che era ancora gara di canzoni assai più che show televisivo tout court. Proprio negli anni gestiti dal patron forse più celebre, l'innalzamento della quota partecipanti era una piacevole tradizione della vigilia: i big ammessi alla gara risultavano sempre più numerosi di quelli che l'organizzazione aveva inizialmente annunciato. Il record, in tal senso, venne stabilito nel 1982: da otto che dovevano essere quasi raddoppiarono, divenendo quattordici. Per l'elevato numero di proposte e per lo spessore qualitativo delle stesse, si premurava di far sapere chi aveva operato la selezione dei brani; per soddisfare gli appetiti di qualche casa discografica in più o per ottenere in cambio ospiti stranieri di prestigio, ribattevano certi giornalisti maligni: quale che fosse il motivo, alla fine i vantaggi per la musica di casa nostra risultavano indubbi, perché salire sul palco dell'Ariston significava accrescere esponenzialmente o rinverdire la propria popolarità, entrare nel giro promozionale delle trasmissioni tv e delle radio, garantirsi buone vendite di dischi o, nella peggiore delle ipotesi, un bel bottino di serate live. 
SOSTEGNO ALLA DISCOGRAFIA ITALIANA - Vantaggi che oggi assumono valore anche maggiore, addirittura "vitale", alla luce della difficile congiuntura di mercato. Incredibile che ci si arrivi solo oggi. "E' un modo per sostenere e promuovere ancora di più la musica italiana", ha spiegato Carlo Conti, che è riuscito a smuovere acque da troppo tempo stagnanti e che ha mostrato coraggio non indifferente. Perché con questa modifica regolamentare Sanremo torna all'antico, a una riscoperta delle radici che però è stata sempre rigettata, nell'ultimo lustro, per paura dell'Auditel: è convinzione dei padroni del vapore televisivo che il pubblico del Duemila non apprezzi più le gare canore "all'antica", mal sopporta di vedere sul piccolo schermo una mera successione di cantanti. Ma forse è solo questione di abitudine, perché il telespettatore medio prende quel che gli si dà, non si spiegherebbe altrimenti il successo pluriennale fatto registrare da certe inguardabili trasmissioni trash. Del resto, le risultanze in termini di audience dell'edizione 2014 hanno  lanciato un segnale opposto: se c'è qualcosa di difficile da tollerare è un Sanremo pieno di corpi estranei, di sovrastrutture spettacolari superflue e di dubbia presa, con gli artisti in gara costretti troppo spesso a cedere le luci della ribalta, che invece all'Ariston spetterebbero loro di diritto, sempre. 
GIOVANI IN PRIME TIME - Il nuovo direttore artistico ha forzato il blocco e si richiama alla tradizione baudiana, soprattutto: perché, se Ravera aveva il vantaggio di operare in un'epoca in cui le competizioni canzonettistiche "a struttura classica" non erano considerate di difficile digeribilità, Baudo riuscì invece a conservare la centralità della gara in un Sanremo già contaminato con gli stilemi del varietà generalista, già contenitore in cui veniva immesso di tutto e di più. E' dunque con quel modo di concepire il Festivalone che la gestione Conti va idealmente a saldarsi: nel medesimo contesto si inserisce l'altra grande novità delle ultime ore, il ritorno delle Nuove Proposte a un orario di esibizione più consono: da troppo tempo relegate a notte fonda, quest'anno avranno addirittura l'onore del prime time.
Per quel poco che può valere, altra "vittoria" di Note d'Azzurro, che su questo tasto ha pigiato fino allo sfinimento. Ma è più che altro, questa come quella dei venti Big, una vittoria della ragionevolezza: se il vivaio di Sanremo è fondamentale per il futuro della rassegna e della musica italiana nel suo complesso, che senso aveva maltrattarlo con mortificanti collocazioni in scaletta, quasi fosse un fastidio, una pratica da sbrigare in tutta fretta per lasciar posto all'attore americano, al ballerino, al declamatore di poesie o all'esperto d'arte? 
I DUBBI - Poi, per carità, non è tutto oro quel che luce. Una prima rapida analisi dei brani dei giovani, ad esempio, non mi ha trasmesso sensazioni di entusiasmo, ma mi riprometto di tornare sull'argomento dopo una serie di ulteriori ascolti. E, tornando ai big, bene per i "venti", ma oltre al contenitore più capiente occorre ora un contenuto gradevole: guai, ad esempio, se l'allargamento venisse sfruttato per buttare nel calderone proposte di scarso appeal musicale e utili solo per catturare la platea televisiva.
Se dobbiamo basarci sui nomi circolati in questi giorni, e su quelli comunque più papabili per la corsa a un posto nel cast (si legga, in proposito, quanto da me scritto nell'articolo della settimana scorsa), potrebbe venir fuori un listone tutt'altro che malvagio; e se da un lato ci sono due - tre candidature che mi fanno rabbrividire (in senso negativo), dall'altro è probabile che spuntino in extremis altrettanti personaggi di cui nessun "previsore" aveva parlato, come è tradizione: l'anno passato, addirittura, una buona metà dei concorrenti Campioni spiazzò del tutto gli esperti, risultando assolutamente inattesa. Ma di questo parleremo prestissimo, diciamo fra un paio di giorni. Va infine detto che, permanendo nel regolamento la formula ad eliminazione, mette persino un po' di tristezza pensare che solo quattro Big su venti non arriveranno alla finale: a questo punto, sarebbe stato più giusto promuoverli in blocco, ma non si poteva rinunciare totalmente al pathos delle "qualificazioni", che in passato ha sempre fatto notevole presa sul pubblico. 

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