domenica 27 maggio 2012

EUROVISION SONG CONTEST 2012: ANALISI CRITICA (1)



Ieri sera mi sono piazzato davanti alla tv, con curiosità e genuino entusiasmo, per seguire la finalissima dell'Eurovision Song Contest, impropriamente conosciuto dalle nostre parti come Eurofestival. L'Italia, dopo un vuoto di ben 13 anni, vi ha fatto ritorno nel 2011, piazzando l'ottimo Raphael Gualazzi al secondo posto. Quest'anno la Rai ha presentato Nina Zilli, che, classico dei classici, entrata papa è uscita cardinale. Ma di questo parlerò più avanti. Mi preme piuttosto fare qualche considerazione in libertà sulla qualità complessiva dello spettacolo messo in scena in quel di Baku, Azerbaigian. 
LIVELLO MUSICALE SCONFORTANTE - Devo dire che l'impressione è stata sconsolante. In Italia, praticamente da sempre, vige la regola del "tiro al Festival di Sanremo": cioè parlare male, sempre e comunque, del Festivalone, dei cantanti e delle canzoni che vi partecipano, della struttura dello show, delle modalità di presentazione. Ebbene, dal confronto con l'Esc, il Sanremone esce ingigantito oltre ogni previsione. Chi rimprovera l'eccesso di glamour e di pacchianeria alla rassegna canora rivierasca avrebbe dovuto osservare con attenzione quanto accaduto ieri a Baku: sotto il velo di entusiasmo popolare da Mondiale di calcio, sotto le lussuose e lussureggianti coreografie allestite per ogni esibizione, sotto gli ultratecnologici effetti scenografici dell'arena che ha ospitato lo spettacolo, c'era il nulla o quasi. Vogliamo parlare del livello musicale proposto? A guardare l'Esc 2012, sembra che l'Europa delle sette note, quanto a gusti, percorsi artistici e modalità espressive, sia rimasta ferma a quindici - vent'anni fa, se non più indietro. Assolutamente spiazzante, per chi mastichi anche solo un pochino di pop contemporaneo, l'imponente dispiego di sonorità dance anni Novanta, stile Alexia o Eiffel 65: in certi momenti, pareva di assistere a una qualsiasi tappa intermedia dei Festivalbar di quel fortunato periodo. 
Ma questo non è stato neanche il peggio: in fondo, la dance rimane pur sempre uno stile furbo e orecchiabile, se ben confezionato. E' però incredibile che le giurie europee si lascino incantare da una rielaborazione disco della colonna sonora del Titanic, decretandole un successo quasi plebiscitario (la Svezia, trionfatrice a mani basse), dall'esibizione trash delle nonnine russe (i Pandemonium e Francesco Salvi a Sanremo ci andavano già negli anni Settanta e Ottanta, di certo divertivano il pubblico ma nessuno, per amor di decenza, si sognava di metterli in lizza per la vittoria finale) o dalla rimasticatura di melodie all'italiana che persino nei primi eighties sapevano di già sentito (il rappresentante estone). 
GIURIE SCANDALOSE - Dispiace insistere sul paragone con il nostro Sanremo, ma è un terreno sul quale mi sento di poter dire la mia: il Festivalone nostro è avanti anni luce, come qualità e varietà di proposte e aderenza agli stili del momento. Ed è avanti anche per livello di preparazione e competenza delle giurie. E qui ho detto tutto, perché chi segue un minimo le sorti della kermesse nostrana sa quanti strafalcioni siano stati commessi negli anni dalle varie giurie popolari e demoscopiche. Nulla, però, in confronto a quanto si è visto a Baku: gusti musicali molto semplici, ingenui ed elementari, nella migliore delle ipotesi. Incompetenza e tradimento della funzione di giurato, nella peggiore: tradimento, perché la sensazione è che i metri di giudizio usati  siano stati quanto di più lontano ci possa essere da una valutazione artistica dei pezzi: capacità di bucare il video, presa visiva delle performance o, inaccettabilmente, simpatie tra Paesi più o meno limitrofi, veti incrociati, alleanze e scambi di favori. Orripilante davvero. Ridateci il Totip, verrebbe voglia di dire... 
ZILLI VITTIMA DESIGNATA - Ovvio che, in questo quadro così desolante, le vittime designate fossero quelle proposte un tantino più moderne, pensate, elaborate. Nina Zilli, fra le poche artiste autentiche presenti, è finita nel tritacarne. "L'amore è femmina (Out of love)" è un brano fresco, non privo di originalità, più efficace all'ascolto di quello proposto a Sanremo, che era troppo "mineggiante": lei l'ha interpretato con maturità da professionista consumata, senza sbavature. Se proprio un difetto bisogna trovare alla sua partecipazione, è l'aver optato per una versione del pezzo quasi interamente in inglese, laddove in "lingua madre" avrebbe avuto un effetto ben più fascinoso. Incredibile come certi discografici, non solo nostrani, abbiano un concetto totalmente superato di "internazionalizzazione della musica": l'uso dell'inglese spesso e volentieri serve, ma non quando va quasi a mortificare una tradizione canora di tutto rispetto come la nostra, oltretutto universalmente apprezzata per com'è, cioè senza bisogno di artifizi esterofili; ma, lo si è detto, è un problema comune a molte nazioni: ieri sera si è sentito davvero troppo inglese, laddove l'Eurovision Song Contest  dovrebbe anche essere occasione di valutare la genuinità delle varie scuole musicali locali. 

                                       Nina Zilli, penalizzata da giurie miopi


IL MEGLIO DELL'ESC - A parte questo appunto, è fuori discussione che Nina meritasse più del deludente nono posto finale; così come di più meritavano la danese Soluna Samay con "Should've known better", canzone totalmente immersa nel nostro tempo, per sonorità e impronta cantautoriale moderna, discorso applicabile anche al tedesco Roman Lob con "Standing Still": ma la Danimarca è rimasta a lungo inchiodata a quota zero, nelle votazioni conclusive, mentre la Germania ha recuperato terreno solo in extremis. Personalmente, sono rimasto colpito anche dalla proposta moldava ("Lautar" di Pasha Parfeny), intelligente rielaborazione in chiave contemporanea di stilemi della musica tradizionale locale, e dalla spagnola Pastora Soler con "Quedate conmigo", tipica canzone d'amore ad ampio respiro che poteva funzionare egregiamente già nei Novanta ma che pare tutto sommato al passo coi tempi. Più datate, ma comunque di buon impatto, le proposte bosniaca (Maya Sar con "Korake Ti Znam"), e islandese ("Never forget" a cura di Greta Salomé e Jonsi), melodie solenni e intense: soprattutto i nordici hanno proposto una soluzione, quella dell'accoppiata uomo - donna che canta lanciandosi sguardi dolci e complici per poi prendersi per mano, che fino ai Sanremo di una decina d'anni fa faceva letteralmente venir giù il teatro. Uno dei momenti di massima suggestione l'ha offerto senz'altro la macedone Kaliopi con "Crno i belo", brano oscillante fra il classico melodico e il rockeggiante, ben arrangiato e interpretato coraggiosamente in madrelingua. (1 - Continua).

                                        Soluna Samay, danese: meritava di più

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