giovedì 2 ottobre 2014

LA JUVENTUS "EUROPEA" NON E' ANCORA SBOCCIATA. A MADRID NON ERA UNA MISSION IMPOSSIBLE

                                Bonucci: non può essere il solo creatore di gioco juventino

E' sempre la solita Juventus europea? Una doverosa premessa: non può essere la seconda partita della fase a gironi di Champions League a dare una risposta chiara e definitiva al quesito, però le antenne è meglio cominciare a drizzarle per tempo. Il test era discretamente probante: trasferta nella tana dell'Atletico Madrid, ossia la squadra sensazione delle ultime stagioni, capace di vincere una Liga e di arrivare a un minuto dalla conquista del più importante trofeo continentale, di raggiungere i vertici internazionali sbaragliando club ben più quotati e, soprattutto, più dotati finanziariamente. Il simbolo più efficace dell'abilità imprenditoriale e gestionale, della capacità di far quadrare i conti e di allestire formazioni competitive pur dovendo far le nozze coi fichi secchi (relativamente, si intende: stiamo pur sempre parlando di una società di primo piano di uno dei movimenti calcistici di punta del panorama mondiale). 
UN'ALTRA SQUADRA - Tuttavia, il nuovo Atletico, quello visto ieri sera al Calderòn, è tutt'altra compagine rispetto alla macchina perfetta che ha "quasi" dominato l'annata pre Mondiale: Courtois, Filipe Luis, Villa e Diego Costa sono giocatori che non si possono sostituire, in blocco, da un giorno all'altro; Griezmann e Mandzukic, certo, hanno buona caratura internazionale, Cerci deve ricostruirsi una verginità dopo il disastro brasiliano e non è ancora entrato nelle grazie di mister Simeone, il portiere Moyà e il laterale Ansaldi sono tutti da verificare agli alti livelli. Un cantiere aperto e nulla più, insomma: i colchoneros sono in quel limbo che attraversano, normalmente, le squadre che passano da una fase storica colorata di tonalità epiche a un "anno zero" carico di incognite. Una formazione "normale", terrestre, che se già non incantava con luminarie di gioco nei mesi del suo apogeo, ancor meno lo fa oggi, aggrappandosi a una manovra "minimalista", alle alchimie e alla garra del Cholo (vero deus ex machina del miracolo biancorosso) e a un "mestiere" che rimane, forse, l'unica eredità di peso della breve ma intensa "età dell'oro" chiusasi nel maggio scorso: quel mestiere che consente di farsi strada anche se latitano risorse di classe autentica in dosi massicce. 
OCCASIONE MANCATA - Tutto questo per dire che il viaggio sulle rive del Manzanarre doveva essere, per la Juve, qualcosa di meno terribile di quanto il censo dell'avversaria lasciasse prevedere. Anzi, al di là dello sconfortante curriculum europeo recente della Vecchia Signora, proprio gli uomini di Allegri potevano mettere sulla bilancia qualche titolo in più: meccanismi collaudati di un team che da tre anni domina in patria, mantenendo un nucleo fisso di giocatori arricchiti di volta in volta da pochi innesti; la ritrovata vena di Tevez fuori dall'Italia; la continuità tecnica che il nuovo trainer è riuscito a stabilire con la gestione Conte, testimoniata dall'avvio lanciatissimo (sei vittorie su sei fra campionato ed Europa); la malizia internazionale portata in gruppo da Evra, non a caso l'unico dei nuovi acquisti ad aver cominciato il match da titolare. Senza dimenticare che, se c'è una squadra italiana a cui l'esperienza sui grandi palcoscenici del football non manca, questa è proprio la Juve attuale: si parla tanto e giustamente, negli ultimi anni, di calciatori nostrani che non emergono perché i club di appartenenza fanno poca strada nelle Coppe, ma i vari Buffon, Chiellini, Bonucci, Marchisio e compagnia hanno sulle spalle una quantità considerevole di confronti europei (e mondiali), e in teoria non dovrebbero patire più di tanto il passaggio dalle modeste sfide interne a quelle ben più terribili al di là dei patrii confini. 
MANOVRA IMPROVVISATA - Gli esiti, invece, sono stati sconfortanti. Di fronte a un Atletico che giochicchiava, con rare accelerazioni e pochi affondo veramente incisivi, Madama non è riuscita a sfoderare quell'aggressività "contiana" e quella continuità di manovra che potevano certo consentirle di uscire imbattuta dal Calderòn. La partita è stata letteralmente consegnata nelle mani di un'avversaria che, per vincerla, ha fatto davvero il minimo sindacale. E' mancato il coraggio, ma non si è vista nemmeno un'apprezzabile idea di gioco: l'impostazione affidata a Bonucci può essere un'opzione, una delle tante, non l'unica autostrada tattica praticabile per la costruzione delle trame d'attacco. Il fatto che il 35enne Pirlo continui ad essere fondamentale, al punto che la squadra perde un buon 90 per cento di potenzialità offensive senza la sua tessitura, è sconfortante: in sua assenza, ieri sera, i vari Marchisio, Vidal e Pogba hanno offerto un contributo modestissimo e prevedibile in fase di impostazione e di spinta; soprattutto il francese è parso fin troppo "anarchico", accendendosi con qualche spunto velleitario ma dando poco o nulla al collettivo. E se, Bonucci a parte, il più attivo nel tentare di capovolgere il fronte del gioco è stato l'onnipresente Lichtsteiner, non c'è molto da stare... Allegri. 
NESSUN MIGLIORAMENTO - Insomma, la Juve europea sognata dai tifosi bianconeri, e auspicata da chi chiede un'Italia di nuovo protagonista nelle Coppe, sembra ancora di là da venire. Ha fallito un appuntamento alla portata, che poteva darle fiducia e credibilità per il prosieguo dell'avventura, e che le avrebbe consentito di mettere quasi fuori combattimento la rivale più temuta del girone; è rimasta invece la squadra di quindici giorni fa, che è in grado di battere il Malmoe ma che comincia a tremare e a mostrare la corda non appena il livello dell'avversario si alza anche di poco. Può bastare per superare il primo turno, forse, ma poi? 
MANCA IL GIOCO, NON LA PERSONALITA' - Nessuno pretende che questa Juventus possa già giocare ad armi pari con i Real Madrid e i Bayern (in effetti, non può), ma, per cominciare a salire qualche gradino nelle gerarchie, certe sfide dovrebbero essere affrontate con ben altro piglio. Il problema non è negli uomini (come caratura complessiva l'undici juventino di poche ore fa era superiore a quello spagnolo). Certo, l'impressione è che manchi un po' di convinzione, ma, ripeto, è un deficit psicologico che non può essere dovuto a scarsa personalità e malizia di elementi che, per esperienze pregresse, ne dovrebbero invece avere da vendere. C'è una carenza di soluzioni tattiche e di ritmo: la miglior Juve di Conte, in versione indiavolata, ieri avrebbe stroncato i colchoneros. E un canovaccio di gioco plausibile ed efficace, oltre a rendere più facile il lavoro sul campo, incrementa la convinzione nei propri mezzi. 

2 commenti:

  1. Da amante del calcio spagnolo devo dire che hai centrato il perno della situazione Atletico dicendo che non può essere la squadra dell'anno scorso, ma per ora rimane la grinta che l'ha caratterizzata.
    Difficile portare via punti dal Calderon, in ogni caso, certo senza mai centrare la porta la vedo un po' dura.
    Sono sicuro che se è mancata la grinta che dava Conte bisogna dare qualche merito agli uomini di Simeone, se davvero la Juve ha deficit di personalità dobbiamo chiederci cosa succede tra le mura di casa. Perché una squadra che spadroneggia in quel modo in Italia dovrebbe mangiare pane e arroganza anche in serate come quella di ieri

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sicuramente Simeone ha grossissimi meriti, infatti lo considero il principale artefice dell'esplosione ad alti livelli dell'Atletico. Il problema della Juve, come detto, più che di personalità (presente in abbondanza) è di gioco, di limitatezza tattica, per quel che si è visto.

      Elimina